Ti è mai capitato di guardare un cappello con il pompon e pensare, quasi ridendo, “ok, carino… ma perché esiste”? È una di quelle cose che diamo per scontate, come i bottoni su una manica che non si sbottonano mai. Eppure, dietro i pompon sui cappelli c’è una storia sorprendentemente concreta, fatta di soffitti bassi, gerarchie rigidissime e messaggi “codificati” a colpi di colore.
Non è nato per moda, ma per necessità
Oggi il pompon è quasi sempre un vezzo. Ma in origine era spesso un dettaglio pratico, persino utile in situazioni dove un piccolo aiuto poteva fare la differenza tra un bernoccolo e una giornata di lavoro normale.
Pensa alle navi: spazi stretti, movimenti improvvisi, mare mosso. Il tipo di ambiente in cui la testa finisce contro qualcosa più spesso di quanto si ammetta.
Il pompon nella marina francese: un “airbag” ante litteram
Una delle spiegazioni più famose arriva dalla marina francese. Qui il pompon sui berretti dei marinai avrebbe avuto una funzione molto concreta: proteggere la testa da urti contro i soffitti bassi o contro parti della nave, soprattutto quando l’imbarcazione sbandava.
Non immaginiamo un casco moderno, certo. Però quel piccolo “cuscinetto” di lana, anche minimo, poteva attenuare colpi ripetuti. E quando vivi e lavori in un luogo che balla tutto il giorno, ogni dettaglio che riduce gli urti diventa prezioso.
Cappelli militari: riconoscersi al primo sguardo
Poi c’è l’altro grande universo dove nulla è lasciato al caso: l’esercito. In molti contesti storici, i pompon (o elementi simili, come nappine e fiocchi) diventano un sistema semplice per comunicare identità.
In pratica, il pompon poteva dire:
- A che reparto appartieni
- Che grado hai
- Qual è il tuo reggimento
Colori e forme differenti funzionavano come un codice visivo immediato. In epoche in cui la comunicazione era lenta e l’organizzazione militare doveva essere chiarissima, riconoscere “chi è chi” da lontano non era un capriccio, era un vantaggio operativo.
E sì, questo vale anche per tradizioni legate a periodi e contesti diversi, dai corpi legati all’epoca napoleonica fino ad alcune uniformi in stile scozzese, dove l’abbigliamento è da sempre un linguaggio.
Tradizioni popolari: quando un cappello racconta chi sei
Qui la cosa si fa ancora più affascinante, perché il pompon smette di essere solo “utile” e diventa sociale. In diverse culture tradizionali, anche in aree del Sud America, copricapi con pompon o nappine hanno avuto il ruolo di indicare appartenenza a un gruppo, provenienza, talvolta persino stato civile.
È come se il cappello fosse un documento. Non scritto, ma leggibile da chi conosce il codice.
E in fondo non è così lontano da ciò che facciamo oggi con certi dettagli di stile: sneakers, colori, simboli. Solo che lì era più strutturato, quasi ufficiale.
Nella Chiesa cattolica: simboli e rango
Anche la Chiesa cattolica ha una lunga storia di abiti e copricapi in cui ogni elemento ha un significato. Pompon e ornamenti affini, nel tempo, sono stati usati per indicare rango ecclesiastico e posizione gerarchica.
Qui entra in gioco una logica antica, quella dell’araldica: segni riconoscibili, codificati, ripetuti. Non per decorare e basta, ma per comunicare status e ruolo in modo chiaro.
Perché oggi lo vediamo solo come decorazione
A un certo punto, però, succede quello che capita a tanti oggetti nati per una funzione: la funzione si attenua, resta la forma. Nei classici cappelli invernali moderni, il pompon è diventato soprattutto un elemento decorativo, semplice da aggiungere e capace di trasformare un cappello basico in qualcosa di più “personale”.
Ecco perché lo trovi ovunque:
- è economico da produrre,
- dà volume e carattere,
- rende subito il cappello più riconoscibile,
- funziona bene nella moda stagionale.
Quindi, a cosa serve davvero?
Serve, o meglio serviva, a tre cose principali: protezione, riconoscimento, simbolo di status. Non è vero che “nessuno lo sa”, lo sappiamo eccome. È solo che oggi lo vediamo così spesso in contesti leggeri, da dimenticare che un tempo era un dettaglio serio, quasi “professionale”.
La prossima volta che ne vedi uno, prova a immaginare: un marinaio che sbatte la testa sotto coperta, un soldato riconosciuto dal colore del suo reparto, una comunità che legge in una nappina l’identità di una persona. E all’improvviso quel pompon, da semplice pallina di lana, torna a essere una piccola storia da indossare.


